In questa pagina abbiamo voluto raccogliere i personaggi Illustri di Rocca di Mezzo o meglio, quei personaggi che nel passato hanno avuto a che fare con questo splendido borgo montano…
Primo ad essere citato è il Santo Protettore del nostro paese, San Leucio Martire() Alcune informazioni sono tratte da un manoscritto di Don Pasquale Cocciante del 1899).
E’ ricordato l’11 gennaio nel Martirologio romano. Un tempo, a 5 miglia da Roma, vi era una chiesa dedicata a S. Leucio Martire, ricordata dal S. Gregorio Martire nel lib. 9 del Registro 73. Le reliquie del santo sarebbero state trasportate una parte a Brindisi, poi a Trani, poi a Benevento; l’altra parte sarebbe stata infine restituita a quei di Trani e a quelli di Brindisi. Questo Santo è invocato contro la pleurite.
Sotto il glorioso imperatore cristiano Teodosio, quando la fede cattolica, vittoriosa della idolatria pagana, era professata con onore, nella città di Alessandria vi era un uomo venerando per nome Eudecio, semplice, retto, timorato di Dio, sposato ad una certa Eurodisia. Avevano un unico figliolo chiamato Euprescio.
Il ragazzo aveva appena compiuto 10 anni quando gli morì la mamma. Allora Eudecio entrò con il figliolo nel Monastero di S. Ermete, dove fece avviare allo studio delle lettere il fanciullo, il quale fece mirabili progressi nel sapere e nella virtù tanto che nel monastero non vi era chi lo uguagliasse per spirito della disciplina.
Dopo non molto tempo avvenne che, in occasione della festa dell’Assunzione della SS.ma Vergine del Cielo, Euprescio insieme con il padre ed altri fedeli si recò a una chiesa dedicata alla Vergine, poco distante dal monastero. Quivi trovarono il b. Eleno Arcivescovo, il quale insieme con i suoi preti e coi diaconi vi trascorreva la notte in preghiera. Ad un certo momento, Eudecio fu vinto dal sonno, durante il quale ebbe una visione, in cui il Signore gli rivelò che egli di lì a poco sarebbe morto, il figlio suo poi sarebbe un giorno arrivato alla dignità di vescovo ed avrebbe riportato non pochi sulla via della vera fede cattolica distaccandoli dall’eresia, che imperversava allora nella città di Brindisi. In quella stessa visione il Signore gli disse: O mio fedelissimo Eudecio ecco che il tuo nome deve essere cambiato in Eudechio, che significa consolatore mitissimo. Così pure il figlio tuo non sarà più chiamato Euprescio ma LEUCIO, perché in lui è disceso lo Spirito Santo del Signore.
Euprescio allora manifesta il none nuovo, ricevuto in visione dal Signore, al popolo, che ne vuole e ne accetta la conferma dal Padre di lui, dal quale viene a sapere anche che il Signore ha destinato il giovanotto ad arrivare un giorno alla dignità episcopale.
Consacrato prete dal pastore di Alessandria, Leucio cominciò fin da allora a brillare nella luce dei miracoli. Liberò dal demonio un etiope che si preparava al battesimo, risuscitò da morte più persone fatte morire dal demonio, che in Egitto aveva suscitato ad arte un terremoto, e così convertì molti alla fede.
Morto il pastore di Alessandria, Leucio fu fatto arcivescovo. Cerato più tardi a morte dal preside Saturnino, Leucio, chiamati a raccolta i cristiani, rivelò loro il particolare della visione, cui il Signore lo destinava a Brindisi. Quindi, ordinato un altro vescovo per la sede di Alessandria, dopo aver predetto la prossima morte del persecutore Saturnino, Leucio insieme con i suoi arcidiaconi, Eusebio e Dionisio, e con altri cinque discepoli, in mezzo al pianto degli Alessandrini dolenti della sua perdita, si mise in mare.
Dopo due soste fatte nella navigazione, approdò a Brindisi. Quivi, datosi a predicare il Vangelo, convertì il tribuno Armaleone con altri 87. Risaputasi la cosa dal prefetto Antioco, questi fece venire davanti a sé Armaleone e lo investì di improperi e di minacce, irritato nel vedere la sua costanza nella fede. Poi fece venire anche Leucio, al quale disse che egli sarebbe stato disposto anche a credere, come aveva fatto Armaleone, se questi riuscisse ad ottenere subito dal Dio dei cristiani la pioggia, che da mai tanto tempo si desiderava. Leucio, raccolti i suoi chierici e i fedeli, rivolse al Signore fervida preghiera in forma di Litanie, e immediatamente cadde la pioggia in grande abbondanza.
Antioco allora, secondo la promessa fatta, si convertì e ricevette poi il battesimo insieme a una moltitudine nientemeno di 27 mila persone.
Dopo aver confermati tutti nella fede Leucio si spegneva seneramente nel Signore. Antioco lo fece seppellire in riva al mare, nel luogo in cui Leucio era disceso quando venne da Alessandria, e fece costruire in onore di lui una chiesa, che fu poi dedicata al vescovo il 13 maggio.
Il suo apostolato non si fermò in questa regione, ma si spinse verso il Sannio ove consumato dagli anni e dalle fatiche apostoliche morì nella città di Benevento a 72 anni. Le sue spoglie venerate riposano nella cappella destra della cattedrale. La dedizione ed il culto verso il Santo non si affermarono solo nella Puglia, ma risalì nel Sannio, ove un paese porta perfino il nome di questo santo e venne anche presso di noi la sua grande venerazione tanto che la chiesa di S. Leucio attuale fu anticamente la chiesa parrocchiale del paese.
Proseguiamo con il Cardinale Amico Agnifili, carattere fortemente legato a Rocca di Mezzo…
Nato a Rocca di Mezzo nel 1398 da una famiglia di pastori, sin dalla più tenera età Amico era stato avviato dal padre, Coletta (Nicola) di Cecco di Buccio, alla mena delle greggi, temprandosi nel corpo e nello spirito attraverso la ripetizione quotidiana di quei gesti lenti, antichi, rituali, lunghi i verdi pascoli dell’altopiano. Questa figura era destinata a lasciare un segno indelebile nella storia dell’Aquila e, in senso più ampio, dell’Italia tardo medioevale. Tant’è che al momento della sua nomina vescovile(maggio 1431), in mancanza di natali illustri, alla nobiltà del sangue contrappose quella di valori, dotandosi di un cognome(Agnìphilo, ossia letteralmente amico degli agnelli) e di uno stemma araldico (un agnello stante sormontato da un libro) che già da soli certificavano l’umiltà delle sue origini. Dopo aver fatto tappa all’Aquila che offriva il richiamo di una formazione culturale generica ma qualificata, qual <era quella praticata nell’ambiente ecclesiastico , Amico passò a Bologna, l’Alma Mater Studiorum, dove il 13 agosto 1426, sotto il priorato di Giovanni Da Saliceto, conseguì la laurea in diritto Canonico.
A contatto con un ambiente prestigioso e di evidente respiro internazionale, le qualità umane, il valore intellettuale e la tipica solidarietà studentesca, proiettarono il figlio del pastore in una realtà del tutto nuova, appaiandolo ai figli di principi e banchieri. Ne sortirono amicizie solidissime e perpetue, come quelle del card. Domenico Caprinica, che gli fu maestro, con Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II e con il nobile veneziano Pietro Barbo anche lui destinato a divenir papa con il nome di Paolo II. Quindi il vagheggiato ritorno il patria, per abbracciare un sacerdozio che, costituì l’approdo ad una particolare dimensione personale e morale. Eccolo dunque, canonico della cattedrale Aquilana, poi Arciprete della chiesa di S.Paolo di Barete e nel mentre vivace animatore di dispute teologiche e giuridiche, una delle quali rimasta famosa.
Qui il nostro prende con passione le difese di un trovatello che il padre naturale, in punto di morte, aveva incluso nel testamento, provocando il ricorso dei fratellastri: un figlio (sostiene a riguardo Amico ) non può scontare la colpa dei propri genitori. Affermazione rivoluzionaria, destinata ad anticipare di alcuni secoli le moderne conquiste della civiltà, visto che a quel tempo i figli illegittimi non godevano ancora di alcun diritto successorio o alimentare. E’ su solide basi come queste che maturò l’idea di un sua candidatura alla sede episcopale aquilana, resa vacante dalla sopravvenuta morte di Giacomo Donadei. A proporla fu Giovanni da Capestrano, infaticabile apostolo di una rinnovata coscienza europea.
Da questo momento il cursus honorum di Amico si arricchì di altri significativi capitoli: legato pontificio all’incoronazione imperiale di Sigismondo Re d’Ungheria (1433), relatore al Concilio di Firenze(1439), governatore della Provincia del Patrimonio(1440), Rettore Pontificio della città di Viterbo(1441), Castellano e Governatore di Spoleto(1447), Custode del Conclave del 1447, quindi Governatore di Orvieto(1447-1451) che ridusse all’obbedienza, espugnando le rocche ribelli di Nepesino e d’Isbernia.
L’Aquila era a quel tempo crogiolo di altri spiriti e un Vescovo energico e lungimirante rappresentava il tramite ideale per esaltarne le raffinate sinergie. Si pensi al costante supporto offerto ai campioni dell’Osservanza Francescana, che avevano eletto la città a fulcro della loro benefica azione.
Nelle loro opere, come lo Spedale Maggiore voluto da Giovanni da Capestrano(1447) o il Monte di Pietà di Giacomo della Marca (1468), si riesce a scorgere la stessa longa manus agnifiliana che tanto ebbe a perorare le virtù di Berardino da Siena, più volte invitato a predicare e addirittura venuto qui a morire(20 maggio 1444), nel quale Amico presiederà il processo di Canonizzazione. Ispirata ai medesimi valori fu la diffusione dell’arte e della cultura, che sotto l’impulso episcopale raggiunsero in quegli anni il loro massimo splendore, contrassegnando l’intero 400, come il secolo d’oro della storia aquilana.
Interventi dedicati da Amico alla cattedrale: egli infatti la volle sempre più bella e maestosa, consona alla propria dignità, mai arrendendosi ai colpi del destino come il violento terremoto che ne squassò le mura la notte del 27 novembre 1461; prodromo alla sua immediata ricostruzione fu peraltro l’allestimento nella antistante piazza del mercato di un efficiente servizio di emergenza, cui l’ormai non più giovane vescovo prese parte personalmente soccorrendo e confortando i feriti. Allo splendore architettonico e artistico di un monumento emblematico – del quale non restano purtroppo che poche tracce – fece nobile eco la musica che vi si intonava. Amico dotò infatti la cattedrale, a proprie spese, di nuovi libri di canto, mosso dal vivo desiderio di riprtare la liturgia ad una solennità sempre più offuscata da modi profani e popolareschi. Testimoni di questo rinnovato ordine musicale, sono i due codici riccamente miniati che tutt’ora l’Aquila conserva..
Il 30 agosto 1464, dopo la morte di papa Piccolomini, era infatti salito, al soglio pontificio Pietro Barbo, prendendo il nome di Paolo II. L’allievo si ricorda allora del maestro e dopo averlo nominato Tesoriere Generale della Marca D’Ancona, del Presidiato Farfense e della città e del distretto di Ascoli, nel settembre di quello stesso anno lo creò(sebbene in incognito ) Cardinale di S. Balbina, titolo destinato successivamente a mutarsi in quello di S.Maria in Trastevere. Malgrado il vincolo del segreto, la notizia cominciò tuttavia a divulgarsi a l’Aquila anzitempo, a causa dell' intemperanze dei suoi familiari, smaniosi di distinguersi finalmente(giusta l’opportuna specificazione”del Cardinale”) da tutte le altre dinastie di pastori rocchigiani, che per sana e solidale emulazione, avevano adottato il patronimico Agnifili. Gli ultimi anni trascorrono dunque nell’operoso silenzio delle stanze vaticane, ove il Cardinal d’Aquila(così amava farsi chiamare) era riguardato ed onorato come si addiceva ad uno dei più autorevoli rappresentanti del collegio: lo stesso su cui il Duca di Milano e vari altri potenti europei avevano scommesso per la successione pontificia a Paolo II e che effettivamente contese, nel Conclave del 1471, la suprema dignità a Sisto IV della Rovere. Poi il giorno della Perdonanza del 1476, l’inatteso e stavolta definitivo ritorno a l’Aquila, per riprendere pazientemente le redini di una Diocesi lasciata orfana dall’immatura scomparsa del nipote. Qui il dolore si mescolò ai ricordi e l’unico sollievo al peso di quella simbolica missione fu l’abbraccio, caldo e affettuoso, con cui la cittadinanza si ricongiunse al suo antico, leggendario vescovo. Ma non durò che tre mesi. Il 27 novembre di quell’anno Amico cessava infatti serenamente la sua esistenza terrena, lasciando l’Aquila depositaria di una straordinaria eredità morale e spirituale, eternata negli esami trilatini apposti sulla grande arca marmorea scolpita da Silvestro dell’Aquila e destinata a contenerne i resti.
(Da “l’uomo nuovo del ‘400 aquilano” di Francesco Zimei )
Proseguiamo il nostro cammino passando all’arte…La storia di Gentile da Rocca pittore del 1200.
Rocca di Mezzo ha dato i natali ad un eminente pittore del ’200, GENTILE DA ROCCA.
La sua opera “La Madonna del Latte” è stata custodita per molto tempo nella chiesa di S. Maria ad Cryptas a Fossa e, dopo il restauro, nel Museo Nazionale d’Abruzzo a L’Aquila.
La Madonna fu datata e segnata dal pittore col suo nome: A-D-CC-OCTOGESIM°-III-GENTIL-D-ROCCA-ME PI X.
“Me”: complemento oggetto di pinxit, non attributivo di Rocca. Quindi: A.D. 1283-Gentile da Rocca mi dipinse. Ed è la Madonna che parla.
Considerando che la Madonna Coppo di Marcovaldo (il pittore fiorentino che aprì la via a Cimabue) è del 1261; la Madonna di Cimabue (il maestro che aprì la via a Giotto) è del 1280-84; la Madonna di Duccio Senese è del 1285; quella di Pietro Cavallini romano è del 1302 e quella di Giotto è del 1310 circa, la Madonna di Gentile da Rocca si può annoverare fra quelle celebri del duecento che si staccarono dall’arte bizantina.
Forse può sorprendere che un oscuro pittore di un piccolo paese dell’Abruzzo montano possa condividere questa ricerca di nuovi modi pittorici staccandosi dal freddo e statico stile bizantino, ma basta ricordare che in questa regione esistevano i monasteri benedettini di Bominaco e S. Spirito, veri e propri centri di innovazione e sperimentazione.
Della vita di gentile da Rocca si conosce ben poco. Si pensa fosse nato intorno alla metà del ’200. Tra il 1271 e il 1294 lavorò agli affreschi della Badia sulmonese e forse, si pensa, anche a quella di S. Spirito. Purtroppo della seconda tutte le pitture murali sono andate perdute.
Un suo studioso, Igino di Marco, ha analizzato “la Madonna del latte” ed ha affermato che in essa sono ancora evidenti linee dell’arte bizantina e si ritrovano riuniti in un unico soggetto il concetto della Madonna Regina e Madonna Madre.
La Madonna del pittore “rocchigiano” si presenta nella più nobile e bella funzione che, dopo il parto, può avere una madre: l’allattamento.
A suo tempo rappresentò una novità che dovette fare non poca impressione.
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